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La vera storia della Vispa Teresa
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"La Vispa Teresa" o "LaFarfalletta" è una antica filastrocca per bambini scritta da Luigi Sailer (1825 Milano -1885 Modena, insegnante) e dedicata ad una principessina di Savoia-Carignano.
Già lo stesso autore aveva più volte rimaneggiato "La farfalletta" anche dopo la sua pubblicazione, come riferisce Renato Simoni sul Corriere della Sera dell'11 Marzo 1922: ma Trilussa - pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (Roma, 1871-1950) - ne compose, nel 1917, una spiritosa continuazione dove Teresa, dopo una vita allegra e disinvolta, invecchia dietro un banco di tabaccheria e, divenuta devota, frequenta assiduamente la parrocchia recitando preghiere ed annusando tabacco in polvere secondo l’uso frequente delle donne anziane di quel tempo.
Noi tutti sappiamo qual è la versione a noi più cara, ma ci è comunque sembrato carino riportarne le Origini Storiche
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LUIGI SAILER La Farfalletta
La vispa Teresa avea tra l’erbetta a volo sorpresa gentil farfalletta
e tutta giuliva, stringendola viva, gridava a distesa: “L’ho presa, l’ho presa!”
A lei supplicando l’afflitta gridò: “Vivendo, volando, che male ti fo?
Tu sì mi fai male stringendomi l’ale! Deh, lasciami: anch’io son figlia di Dio!”
Confusa, pentita, Teresa arrossì, dischiuse le dita e quella fuggì.
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TRILUSSA (ed altri ?) La Vispa Teresa allungata da Trilussa
Se questa è la storia che sanno a memoria i bimbi d’un anno pochissimi sanno che cosa le avvenne quand’era ventenne.
Un giorno di festa la vispa Teresa, uscendo di chiesa, si alzava la vesta per farsi vedere le calze chiffonne che a tutte le donne fa molto piacere.
Armando il pittore, vedendola bella, le chiese il favore di far da modella. Teresa arrossì... ma disse di sì. “Verrete?” - “Verrò. Ma badi, però ...” - “Parola d’onore” rispose il pittore.
Il giorno seguente Armando l’artista stringendo fremente la nuova conquista gridava a distesa: “T’ho presa, t’ho presa!” Ma a lui supplicando Teresa gridò: “Su, su, mi fa male la spina dorsale. Mi lasci, che anch’io son figlia di Dio... Se ha qualche programma ne parli alla mamma.” A tale minaccia Armando tremò, dischiuse le braccia... ma quella restò.
Perduto l’onore, perduta la stima, la vispa Teresa, più vispa di prima, per nulla pentita, per niente confusa, capì che l’amore non è che una scusa.
Per circa sei lustri fu cara a parecchi : fra giovani e vecchi, fra oscuri ed illustri, la vispa Teresa fu presa e ripresa. Contenta e giuliva s’offriva e soffriva (la donna che s’offre, se apostrofa l’esse, ha tutto interesse a dire che soffre).
Ma giunta ai cinquanta, con l’anima affranta, col viso un po’ tinto, col resto un po’ finto, per trarsi d’impaccio dai prossimi acciacchi apriva uno spaccio di sale e tabacchi.
Un giorno un cliente, chiedendo un toscano, le porse la mano ... così ... casualmente: Teresa la prese, la strinse e gli chiese : Mi vuole sposare? Farebbe un affare!”. Ma lui di rimando rispose : “No, no! Vivendo, fumando, che male ti fo?” Confusa, pentita, Teresa arrossì, dischiuse le dita e quello fuggì.
Ed ora Teresa, pentita davvero, non ha che un pensiero: andarsene in chiesa. Con l’anima stracca si siede e stabacca, offrendo al Signore i resti d’un cuore che batte la fiacca.
Ma spesso, fissando con l’occhio smarrito la polvere gialla che resta sul dito, le sembra il detrito di quella farfalla che un giorno ghermiva stringendola viva. Così, come allora, Teresa risente la voce innocente che prega ed implora : “Deh, lasciami : anch’io son figlia di Dio!”.
“Fu proprio un bel caso! - sospira Teresa fiutando la presa che sale nel naso - Ma se non son lesta mi scappa anche questa!”. E fiuta e rifiuta, tossisce e starnuta: il naso è una tromba che squilla e rimbomba e pare che l’eco si butti allo spreco...
Tra un fiotto e un rimpianto, tra un soffio e un eccì, la vispa Teresa... Lasciamola lì.
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